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Personaggi

L’atleta rotto

 

L’ATLETA  ROTTO

Lo chiamano Rudy, che, beninteso, non è abbreviativo di rudere, ma di Rodolfo, un nome Atleta rottoromantico, da scandire bene, che suo padre gli ha attribuito forse in omaggio al grande Rodolfo Valentino, ma più probabilmente per inconscia rivalsa verso la madre che aveva chiamato lui Ronzin, con la complicità dell’impiegato dell’anagrafe, il quale ci deve avere messo qualche cosa di suo.
L’atleta rotto costituisce l’individuo medio del popolo del mesdì. Basta assistere ad uno dei memorial che si corrono durante l’anno per avere l’idea esatta delle condizioni fisiche ( e psichiche) di questo popolo: anziché una gara, sembra di vedere l’Armata Brancaleone in rotta.
Tra questi uomini, Rudy si distingue per essere al tempo stesso più atleta e più rotto di tutti. Si tratta di un ex atleta vero che, per raggiungere il massimo delle prestazioni, si è sottoposto a massacranti allenamenti basati sul sollevamento dei pesi, i cui esiti gli hanno procurato la fuoriuscita di due vertebre.
Spezzato in due non si è perso d’animo. Facendo appello alla stessa masochistica caparbietà che lo aveva portato vicino alla sedia a rotelle, questa volta applicata all’incontrario, con estenuanti esercizi di estensione, è riuscito a fare rientrare le due vertebre.
Poiché il comportamento rompi e aggiusta fa parte del suo DNA – e in generale di quello di tutto il Club del Mesdì -, è riuscito ancora a rompersi la schiena; sicché, attualmente, lo si vede correre curvo, sempre sul punto di stramazzare al suolo.
E questo crea una certa apprensione a quella schiera di perditempo, vagabondi, pensionati e ladri che quotidianamente si aggira attorno all’area di allenamento.
Un giorno, un pensionato, vedendolo trascinarsi lungo la pista, preoccupato ha esclamato:” Se non lo soccorriamo, quello lì non torna più a soffiare sul cucchiaio! “. Nei pressi c’era un ladro intento ad osservare le borse che gli atleti (si fa per dire) tengono raggruppate nell’illusione che i lestofanti, vedendole riunite, pensino che nei pressi vi sia qualcuno che le sorvegli, sottovalutando la professionalità dei mano lesta i quali sono informatissimi sul patrimonio, su gli usi e i costumi di ogni frequentatore del luogo di allenamento. Il ladro gli ha risposto che quello era il suo modo consueto di correre. “Ma se ha in mano la pompetta per le crisi d’asma ” ha ribattuto il pensionatosempre più preoccupato. “ No, tiene in mano il cronometro” ha risposto il ladro con distacco professionale, avviandosi verso una borsa da cui spuntava un portafogli.
A questo punto il pensionato stava per chiedere al suo interlocutore se mai vi fosse nei dintorni un ospedale psichiatrico, ma il ladro era ormai lontano, aveva già fregato il portafogli e stava puntando il Rolex di un signore in tuta che, saltellando, si avviava a depositarlo in una borsa.
Ma l’uomo più atleta e più rotto di tutti, così come è riuscito a farsi schizzare fuori due vertebre e a rimetterle a posto, è riuscito a rifarsi un’immagine che la sua professione aveva seriamente compromesso. La sua professione è quella dell’insegnante di ginnastica, una professione al giorno d’oggi considerata poca cosa, senz’altro meno di quella del bidello. Solo gli ultracentenari hanno ancora rispetto per i professori.
Perciò ha pensato bene di crearsi un’attività parallela capace di conferirgli prestigio: ha scelto di fare l’imbianchino. Che gli riesca o meno di verniciare salotti, bagni e cucine ha scarsa importanza, perché, a differenza dell’insegnante, l’imbianchino ha sempre ragione. A scuola se rimproveri uno studente, i suoi genitori ti fanno a pezzi, perché i loro figli sono più belli, più intelligenti e più buoni di tutti. Per contro, se hai appena finito di verniciare un alloggio e si staccano 2 mq di intonaco rischiando di ammazzare la figlia del proprietario, la colpa è delle vibrazioni causate dal traffico; se cade un pensile dalla cucina appena imbiancata, la colpa è dei lavori esterni eseguiti cinque anni prima. E la gente ti crede e ti considera.
Quindi il nostro, sarà anche rotto, ma non è scemo.
In realtà è a suo agio sempre perché è privo di pregiudizi e niente lo spaventa: non gli interessa se quando corre gli piovono addosso motti scurrili, frizzi e lazzi; se si rompe sa ricomporsi; se si deve correre lo fa anche con una gamba sola; sa fare l’insegnante o l’imbianchino senza imbarazzo perché ha una grande dote: sa ridere di sé.
E questo lo distingue dalla massa indifferenziata che frequenta, spesso con alterigia, i campi sportivi.

Il Cavallante

PCavallanteiccolo, tozzo, con l’aria curiosa dei primati di cui ricorda i cuccioli, è così chiamato per il suo lavoro di scuderia e per la sua profonda conoscenza del mondo equino.
E’ nato a Sovico, un paese situato sul Lambro a nord-ovest di Monza nella Brianza milanese. Da questa terra ha preso la testardaggine, la capacità d’iniziativa, la semplicità , l’orgoglio per il proprio dialetto che parla come i leghisti al posto dell’italiano. Una volta mi ha raccontato che nella scuola da lui frequentata si era soliti prendere in giro chi parlava in italiano , fatto questo che farebbe inorgoglire il suo grande idolo Umberto. E’ tale la sua riluttanza per l’italiano che anziché passare dal dialetto alla lingua madre, passa dal dialetto all’inglese, parlando il Cockney imparato nei bassifondi londinesi e leggendo libri scritti nel migliore British English.
In Inghilterra c’è arrivato seguendo il suo istinto di giramondo che gli ha fatto superare barriere culturali e linguistiche per altri insormontabili.
Un giorno decide di cambiare vita. Era un ragazzo che lavorava in una fabbrica di chiavi del suo paese. Torna a casa e dice a sua madre: “Da ora in poi non dovrai più lavarmi la tuta. Io me ne vado”. Trova lavoro al Golf Club di Monza come Caddy, il ragazzo che porta le mazze. Qui comincia a conoscere personaggi del bel mondo, principi, industriali, gente della televisione.
Da Monza si trasferisce in Maremma a Punta Ala dove, oltre a portare le mazze a re Gustavo di Svezia, trova lavoro in un maneggio che gli apre le porte del mondo dei cavalli. Lucida i garretti ai purosangue del principe Torlonia a cui si accoda quando il nobiluomo ritorna a Roma e nella capitale continua il lavoro di lucidatura, strigliatura e messa in piega di code e criniere dei quadrupedi della casata. Il passo dalle scuderie a Cinecittà è breve. Poco dopo partecipa ad alcuni spaghetti Western: lo si vede a cavallo armato di revolver mentre,con altri fuorilegge, insegue la diligenza o, in sella a un bardo, unito a un’orda di bandidos messicani lanciata all’assalto della guarnigione: pare che facesse la controfigura di Pancho Villa bambino
.Poi spicca il volo per Londra dove intende prendere contatto con un’organizzazione che recluta gente da arruolare nella Legione Straniera. In attesa della grande avventura lava pile di piatti in un ristorante e conosce il fior fiore della malavita londinese, dalla quale però per l’istinto atavico che hanno le persone semplici e realistiche della sua terra, non si fa coinvolgere e così salva la fedina e la pelle. La pelle la salva una seconda volta, quando al momento di partire per arruolarsi, viene sgominata l’organizzazione clandestina per il reclutamento dei mercenari.
Meglio ridarsi all’ippica. Torna nel mondo dei cavalli, fa nuove esperienze, approfondisce le sue conoscenze fino a diventare un mago del cavallo, un animale con il quale istituisce un rapporto da pari a pari, al punto che, una volta, commentando l’atteggiamento lassista delle nuove leve di stallieri, ha affermato: “trattano i cavalli come bestie”. Un’affermazione che addirittura va oltre l’idea mitologica del centauro mezzo uomo e mezzo cavallo.
Trova soluzioni a problemi apparentemente insolubili.C’era un cavallo piuttosto dotato che al momento di gareggiare diventava improvvisamente brocco: si disorientava, al trotto rompeva il passo , come si dice in gergo, e la corsa si concludeva con l’incazzatura del proprietario.Il Cavallante prende in consegna la bestia, ne osserva il comportamento nei momenti che precedono la gara e capisce il motivo del suo disastroso rendimento: il quadrupede non sopporta il chiasso delle fasi d’inizio della competizione. Individuata la causa trova il rimedio. Con batuffoli di bambagia tura le orecchie al cavallo, le fascia con delle bende rigide che dipinge con lo stesso colore del manto. Così conciato, il destriero partecipa alle gare e vince tra lo stupore degli astanti, i quali vedono correre un cavallo dalle orecchie lunghe e diritte come corna, chiedendosi se quelle protuberanze non siano il risultato di nuovi e segreti sistemi di selezione, magari il frutto di un accoppiamento tra un cavallo e un toro.

Si divide tra il lavoro delle vicine scuderie di San Siro e la corsa del mesdì. Poi poco alla volta se ne allontana per ritornare alle origini, a portare le mazze ai signori che percorrono il green del Golf Club di Monza.
Il cerchio si chiude, ma rimane vivo il ricordo di questo piccolo uomo che avrebbe potuto interessare uno scrittore non solo per le sue avventure ma per il modo di porsi di fronte alla vita: una maniera semplice, bertoldesca di chi non vede i mulini a vento ma realisticamente gli ostacoli che ha di fronte e trova il modo più semplice di superarli.

Ancora ora mi capita di guardare oltre la siepe che cinge il campo sportivo nella speranza di vedere una zazzera muoversi dietro la sommità delle foglie e comparire il piccolo uomo in tenuta atletica (sempre un tantino abbondante) che mi dice:” Che cosa facciamo?”, :”Il solito giro, ma andiamo piano”. “Bene, così ti racconto di quel cavallo zoppo …”

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Utero_JIl dottor Utero 

Mi ha rovinato la rivoluzione francese” è solito ricordare, intendendo con ciò che quella svolta storica lo ha privato dei privilegi nobiliari dimezzandogli anche il doppio cognome che, tra l’altro, serve solo per l’anagrafe e per gli atti ufficiali, dato che il nome con il quale viene chiamato è Conte di Quarto Oggiaro o Utero, quest’ultimo attribuitogli a seguito di una delle sue avventure boccaccesche.

E’ successo così. Un giorno una signora lo invita a trascorrere con lui una notte d’amore. Lui, per affrontare adeguatamente gli impegni d’alcova, ha l’idea geniale di prepararsi atleticamente impegnandosi in una corsa forsennata quasi dovesse battere il record dei 10.000 metri, ottenendo l’ovvio risultato di presentarsi all’appuntamento galante completamente svuotato di energie. Così al momento di soddisfare le legittime aspettative della signora non riesce a combinare niente, fa un flop totale, gettando nella costernazione la poveretta, la quale, aspettandosi ben altro, ad un certo punto esclama :” Tu con quella faccia da Spaccautero vai in bianco!!”, poi per consolarlo :” Io sono una gentildonna (sic), non lo dirò a nessuno”.
Va detto che confondere le prestazioni agonistiche con quelle sessuali in base al principio secondo il quale meno tempo si impiega a percorrere una certa distanza più imponente è l’erezione, è un’idea molto diffusa tra i frequentatori del Centro Sportivo XXV Aprile, tanto che non è azzardato pensare che quanto è accaduto al nostro sia capitato a molti altri.
Questa sua mania di correre dietro alle gonnelle lo ha portato a scontri memorabili con la sua povera moglie creando rapporto coniugale somigliante a quello tra Andy Cap e Flo, la coppia della famosa strip inglese. Come i personaggi del fumetto di Reg Smythe, lui punta la gallinella di turno facendo inviperire la moglie che, dopo averlo richiamato inutilmente all’ordine, passa alle vie di fatto inseguendolo con un ombrello, un’arma meno letale del mattarello brandito da Flo ma comunque efficace nella funzione correttiva se vibrato alla cieca sul cranio con la forza di una donna infuriata.
La sua somiglianza con Andy Cap sta tutta nel comportamento. Fisicamente Andy è diverso: porta un berretto calato sugli occhi ed ha sempre la cicca in bocca; lui ha una capigliatura ora bionda, ora color carota, a seconda dell’estro del parrucchiere, e un paio di baffetti alla Clark Gable che gli conferiscono un’aria di margniffo. L’aria , gli atteggiamenti, i gesti sono gli stessi. Andy si muove con l’aria strafottente del bulletto del suburbio londinese. Lui ha il fare del dritto della periferia milanese: sguardo fecondatore del play boy ruspante e sicumera di chi ritiene di conoscere tutto della vita perché, come suole vantarsi, ha studiato all’Università della Strada.
Ed è con questa sicumera che una volta ha affrontato una situazione conclusasi con un pugno in faccia che lo ha fatto volare fino alla porta dello spogliatoio.
I fatti sono questi. Un imbecille puro, uno di quei tipi di scarsa intelligenza che si sentono onnipotenti per il fatto di avere conseguito la cintura nera di judo, entra nello spogliatoio e appende i suoi abiti a tre ganci dell’appendiabiti, occupando cioè tre posti. Siccome quel giorno c’è un po’ di affollamento, le persone venute dopo, non trovando posto, ritengono ragionevole sistemare i suoi indumenti su un unico gancio. Tornato nello spogliatoio l’imbecille puro trova i suoi abiti sistemati su un gancio solo e si infuria cercando tra i presenti chi fosse l’autore di quel gesto di lesa maestà. Qualcuno cerca di spiegargli che anche altri hanno diritto di appendere i propri vestiti; ma non c’è verso di farglielo capire, tant’è che alla fine, di fronte a tanta ottusità, desiste.
Poco dopo entra il Conte di Quarto Oggiaro. Affronta spavaldamente l’imbecille puro con l’intento di indurlo a più miti consigli. Non capisce l’ottusità del soggetto e comincia una animata discussione tra sordi. I toni si alzano, si inaspriscono, i volti diventano paonazzi, i nasi si avvicinano come i becchi di due galli. Fino a quando non scoppia la scintilla: “ Tu non sai chi sono io!” urla l’imbecille. La frase fa uscire dai gangheri il conte che fa una mossa a cui l’altro risponde con un micidiale “dritto” che scaraventa l’interlocutore verso la porta dello spogliatoio. A questo punto il conte, trovandosi sull’uscio, un pò ammaccato, approfitta per uscire di scena meditando su qualche lezione evidentemente persa all’Università della Strada, seguito dallo sguardo degli astanti visibilmente compiaciuti di avere assistito gratis ad un incontro di box ad alta tensione. L’imbecille puro prende i suoi stracci e, minacciando, se ne va. Per fortuna non si è fatto più vedere.
Il Conte di Quarto Oggiaro ha una concezione edonistica della vita: gli piace sentirsi bello, mangiare bene, fare l’amore, fare sport, andare alla partita. Però, com’è noto, la ferrea legge dell’esistenza ci insegna che non esistono piaceri senza sacrifici. Ciò gli crea tormenti a non finire: se da un lato gode dei piaceri della tavola, dall’altro si dispera per essere ingrassato e avere perso la bellezza; se da un lato ci tiene a portare a letto una donna giovane, dall’altra impreca per l’eccessivo sforzo che deve sostenere (“Allora è meglio andare a lavorare”); se per un verso è contento di correre una maratona, per l’altro bestemmia per l’eccessiva fatica che deve sopportare.
Queste contraddizioni, questi tormenti da giovane Werther, uniti alla sua verve, al suo senso dell’umorismo, alla sua capacità di stare sempre al centro della scena ne fanno un personaggio unico, ricco di umanità. Un vecchio milanese una volta mi ha detto: “Vedi, quello è uno dei pochi milanesi autentici ancora rimasti”.
Quando arriva al campo sportivo e si intravede la sua testa cangiante o coperta da qualche stravagante cappello che spunta da dietro la siepe, è un levarsi di battute salaci, frizzi e lazzi, cui lui risponde con la padronanza di chi sa dominare la situazione. Se c’è un capannello di gente, al centro c’è lui. Da come la piccola folla si comporta si capisce qual è l’argomento al centro dell’attenzione: se scoppia una fragorosa risata, vuol dire che sta raccontando una barzelletta sconcia metà in italiano, metà in dialetto; se è seria e le teste tendono a convergere verso il centro, sta tenendo una lezione di calcio; se il capannello si apre e lui esce fuori incazzato, urlando, rosso e con i bargigli del tacchino, vuol dire che sta parlando del “Cavaliere”.
Ultimamente l’ho visto più depresso che allegro. Non te la prendere Utero, ti vogliamo bene, passerà anche questa e la ruota continuerà a girare. Speriamo per il verso giusto.

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Notizie sul Club

Introduzione e benvenuto

Il Club del Mesdì è una Associazione Sportiva Dilettantistica la cui finalità è quella di sviluppare l’attività sportiva mediante ogni forma di attività agonistica e ricreativa con particolare riferimento all’atletica leggera.

Questo obiettivo statutario nel Club del Mesdì si estrinseca attraverso una concezione della pratica sportiva basata sulla personalità dell’individuo, cui è lasciata ampia libertà di scegliere il modo più idoneo di esercitarla.

Benvenuto

Questo è l’ambiente che accoglie chi entra nel Club del Mesdì, un ambiente che mette l’individuo al centro della pratica sportiva e rientra nella tradizione “ solare” del Club, ben sintetizzata dal suo logo formato da un sole derivato dagli antichi lunari ( nella tradizione è simbolo di equilibrio mentale, che nel nostro caso, unito allo sport, riassume in sé il detto latino mens sana in corpore sano) e porta a favorire tra i suoi componenti i buoni rapporti in uno spirito di sana competizione che rende sereni anche anche i momenti agonistici più accesi

 

Come è nato il club del Mesdì.

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Esisteva da tempo ma non era mai stato formalizzato. Dalla metà degli Anni Settanta, o forse qualche anno prima, nella pausa di lavoro tra mezzogiorno e le due, un gruppo di persone di diversa età, estrazione sociale e attività lavorativa, si ritrovava al Centro Sportivo XXV Aprile di Milano per fare sport, cioè muoversi, fare ginnastica, correre in pista, sul prato, sul vicino Monte Stella o, eventualmente, spingersi oltre verso il Parco di Trenno a seconda delle capacità, della voglia e del tempo disponibile.

In quella pausa di mezzogiorno si è venuto a creare un ambiente del tutto particolare nel quale sport e vita si intrecciano e si fondano: gareggiare, o più semplicemente correre, costituisce anche l’occasione per allacciare rapporti interpersonali durevoli, come dimostrano questi circa quarant’anni, durante i quali, pur in quell’avvicendarsi di individui che la vita mescola e disperde, un nucleo consistente di persone è rimasto unito da una fraterna amicizia.

La corsa di mezzogiorno è diventata così un momento di socializzazione, in cui ognuno scarica positivamente lo stress da lavoro, interpretando lo sport come divertimento, applicandosi quel tanto consentito dalle sue possibilità, non disdegnando le gare, ma vivendo l’agonismo come gioco, sicchè capita di vedere competizioni agguerritissime concludersi con i concorrenti stremati ma abbracciati in una bevuta collettiva finale o, più tardi, in un allegra e chiassosa cena vissuta con grande pathos che, pur rimpinguando le tasche dell’oste ne mette a repentaglio le coronarie.

Gli eventi nascono spesso per caso, ma c’è sempre qualcuno che ne indirizza gli sviluppi, dà loro un senso e una fisionomia. Nel nostro caso dal gruppo è emersa una figura che il senso della comunanza l’aveva nel sangue: Rinaldo Cappella, purtroppo scomparso prematuramente, che ha dato il nome al gruppo chiamandolo appunto Club del Mesdì, e avviato una serie di iniziative dirette a rendere più unita la compagnia. All’amico Filippo ha chiesto il disegno di un simbolo capace di rappresentare il Club e così è nato il sole beneaugurate derivato dagli antichi lunari ( nella tradizione è simbolo di equilibrio mentale, che, nel nostro caso, unito allo sport, riassume in sé il detto latino mens sana in corpore sano).Rinaldo e Filippo

L’idea di Rinaldo era quella di dare una struttura organizzata al Club, togliendolo da quel limbo di incertezza e improvvisazione che rendeva difficoltosa l’attuazione di qualsiasi iniziativa, sia sportiva che di carattere associativo. Ci sarebbe riuscito se gli avvenimenti non lo avessero, prima allontanato dal Centro Sportivo XXV Aprile e il destino, poi, non se lo fosse portato via.

Quell’idea è stata realizzata il 22 marzo del 2000 da un gruppo di suoi amici che ha ufficialmente costituito l’Associazione Sportiva Dilettantistica Club del Mesdì affiliata alla FIDAL con la sigla MI097.

Entrato ufficialmente nel novero delle società amatoriali milanesi il Club del Mesdì ha mantenuto lo spirito iniziale che lo ha caratterizzato per quarant’anni, rafforzandolo con l’arrivo di nuove leve che hanno aggiunto entusiasmo a quel senso di comunanza sportiva presente fin dalle origini.

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